È il tufo a custodire le memorie della città di Matera, patrimonio Unesco dal 1993. Il bianco ingiallito è il suo colore, spennellato di verde, colline e arbusti che in estate bruciano al sole mentre in autunno si rendono tenui. Matera è morbida come il saliscendi di boscaglia che sa di caccia e pastorizia tra le distese che la circoscrivono, cullandola sul suo promontorio. Tutto intorno ci sono i muretti di sassi e gli alberi di fichi qua e là tra i filari di ulivi.
Pitagora viveva poco distante, a Metaponto, dove il ricordo della Magna Grecia è forte e scolpito nei profili della città ed arriva fino a Policoro dove esiste il Museo Archeologico Nazionale della Siritide.
Una grande raccolta di reperti, recuperati durante gli scavi condotti da Domenico Ridola, oggi sono esposti al Museo Nazionale a lui intitolato. Qui è possibile conoscere la storia più antica di questo territorio, dal Paleolitico inferiore al Neolitico; qui, selci, intagli di pietra, vasi, antiche armi e urne cinerarie parlano della disputa continua tra le antiche popolazioni che cercavano di conquistarsi le sue fertili terre comprese tra i fiumi Agri e Sinni.
Attraversando gli archi che a Matera conducono alle grotte e alle chiese rupestri, ci si imbatte in un’opera di archeologia sperimentale di recente inaugurazione. Una esperienza immersiva che riporta indietro ai tempi della tragedia greca, lasciando spazio anche al lato comico del pensiero dei filosofi classici. Accolti dalle note di aulos e oboe, si entra al Moiseyon, il “rifugio culturale abitato” nel cuore della città dei Sassi.
Bisogna lasciare gli abiti e le abitudini contemporanee, una volta entrati, e ci si deve immergere senza esitazioni nel mondo che fu di Sparta e Atene. La struttura non è realmente né un hotel, né un museo, ma le due cose insieme. L’architettura ipogea è costellata di memorie archeologiche che scandiscono i rituali mediterranei di quell’epoca. I giovani che, in abiti da antichi greci, si spostano tra le grotte del Moiseyon sono studenti di musica, in grado di suonare la Lira a sette corde, di danza antica, di antropologia e filologia; tutti lavorano nella struttura ricettiva per portare avanti i loro studi e partecipare a simposi, anche internazionali.
Ogni oggetto, ogni tessuto è riprodotto come quello che si trovava nel 600 AC; gli ospiti sono invitati a indossare tuniche e dimenticare i cellulari, il volume è basso e il dialogo è pura ricostruzione storica.
Il santuario delle acque
I mosaici del sito Caulonia avvolgono le piscine dedicate a Persefone e Demetra, dea legata a Matera. Il pomeriggio, i giovani studenti di arti e letteratura, vestono i panni dei personaggi mitologici per dare loro voce accompagnando gli ospiti in un viaggio nelle leggende e nella storia della cultura classica. Le pareti di roccia sanno di acqua e i riti sono lenti.
Il Sasso Barisano sta fuori dalle finestre delle stanze neolitiche, sobrie e minimaliste, senza fronzoli né lussi. Tutto è legato alle rocce che hanno scritto addosso il passare del tempo che in questo museo vivente vuole riavvolgere il nastro, al di là della tradizione contadina e delle case nelle grotte che hanno reso Materna celebre, oggi.
Taranto, la città dei due Mari dai Greci ai Bizantini
Taranto raccoglie lo splendore delle sue antiche origini dentro al Marta, il Museo Archeologico Nazionale.
La collezione degli Ori di Taranto, unica nel suo genere e di tutti i pezzi risalenti all’epoca greco-romana e bizantina si accompagnano a reperti del Neolitico in quella che fino all’800 era stata la sede del Convento dei Frati Alcantarini.
La città che si prepara ai giochi del Mediterraneo del 2026, ancora conserva quel tratto spartano, che amava lo sport ma qui, tra i due mari si trasformava ne “la Molle Taranto”.
Dalla passeggiata tra le palme sul suo lungomare, dove è stato recuperato un breve sotto vialetto che sa di macchia mediterranea, si arriva diretti ai 60 km di spiagge sovrastate dalle dune di sabbia bianca della litoranea salentina che scende verso la più nobile Lecce.
Eppure, anche l’urbanistica tarantina offre una strada centrale lastricata di basoli lucidi e palazzi eleganti dai soffitti alti e balconcini che qua e là offrono le tipiche pigne portafortuna sul corrimano.
La corsa al recupero della “Città Vecchia”, quella risalente ad almeno 2700 anni fa e che fino agli anni ’80 era inaccessibile, non è ancora finita. Antichi e bellissimi palazzi nobiliari si guardano disegnando stradine strette al di là del ponte Girevole, in un’isola che si ricongiunge alla terraferma attraverso l’altro ponte, quello di Pietra.
Tutto parte dalla piazza con le tre colonne del tempio di Poseidone, le colonne doriche della lontana Magna Grecia, oggi rifugio placido di una colonia di gatti in cerca di ombra, pace e cibo garantito da qualche anima generosa.
Di fronte si staglia la fortezza bizantina del Castello Aragonese che gli uomini della Marina Militare sono felici di presentare ai visitatori in giri guidati gratuiti che vanno avanti fino a tarda notte. Il tempo e gli ammodernamenti successivi hanno sacrificato uno dei suoi bastioni, ma lo skyline che regala all’alba e al tramonto è sempre uno spettacolo.
Il ponte girevole, che si lascia alle spalle la città “nuova” per immettersi nell’isola circoscritta dai Due Mari, fu edificato alla fine del 1880, era in legno, salvo poi essere sostituito nel 1958 dall’attuale struttura in ferro che si apre diagonalmente per permettere di attraversare il canale navigabile ricavato nel 1481, per proteggere l’insediamento urbano dagli assalti delle popolazioni turche.
Nell’Isola ci sono nuovissimi b&b che hanno riportato in vita alcune strutture rimaste fatiscenti per anni, come i palazzi dai maestosi portoni di legno sovrastati da effige nobiliari sgretolate come le pietre di tufo che li ricoprono. Dai balconcini si calano i panni stesi così come i cestini in vimini per la spesa e la gioia dei turisti che possono scattare foto. Ci sono negozi di antiquari e baretti che hanno riaperto la via agli antichi ipogei che scendono verso il mare e locali dove mangiare pesce fresco, purea di fave o le pucce tipiche pugliesi.
L’atleta spartano nella città Nuova
Passeggiando per le strade della città nuova, invece, le cozze tarantine si vendono davanti ai semafori, nei secchi di plastica con l’acqua di mare. Anche qui è possibile imbattersi nelle memorie dell’antica Sparta. E’ proprio in una stradina che taglia via Cesare Battisti che, un murales moderno ritrae un atleta dall’antica Grecia dal corpo scolpito, lì tra fornai che vendono focacce calde con i pomodorini e friselle e orecchiette al grano duro e bar dove ci si scambia ancora la vita in un ritmo fatto di dialetto e tanta tradizione.
Per cogliere l’essenza e la storia di questa città bisogna perdersi nelle sue strade, sentire il profumo dei due mari e dei rovi, perchè Taranto, dalle glorie della Magna Grecia ad oggi, ha goduto del suo mare bellissimo, ma si è anche profondamente ferita con le sue spine.



